martedì 9 giugno 2009

CREPA

Un paese vuol dire non essere soli.
Cesare Pavese



Sono passati sette mesi da quando sono arrivata per caso nel mondo di facebook per rimanervi immersa quasi in apnea, presa soprattutto dalla inaspettata possibilità di ricostruire ricordi che l'amnesia anestetica della vita aveva accuratamente nascosto nei sottosuoli più impervi della mia memoria.
Eppure non c'è stato solo questo scavare nel passato vagando liberamente da un link a un altro per ricomporre un mosaico personale di situazioni, emozioni, interessi e ricordi perduti, ritrovando e cogliendo i fiori nei tanti giardini amorevolmente coltivati che ho trovato lungo il mio percorso, spesso casualmente.

Alla luce sono venute fuori altre cose. Per esempio una specie di sensibilità, di maggiore consapevolezza riguardo al periodo storico che stiamo vivendo.
La possibilità soprattutto di condividere e scambiare con altre persone sconosciute gli umori e anche questa coscienza di vivere un momento di passaggio e forse di veri cambiamenti, un momento di cui è possibile percepire nuove energie in fermento, anche se ancora sembra di annaspare in una palude di sabbie mobili.

Siamo in un tempo in cui abbiamo bisogno di riconoscerci in un comune sentimento.

Ma ho acuta anche la sensazione, forse accentuata dall'osservare una realtà che appare sempre più grottesca e deforme, di essere una comparsa in una sorta di rappresentazione teatrale, di sogno surreale di un presente fuori dal tempo da cui potrei risvegliarmi da un momento all'altro. Eppure i corsi e ricorsi della storia dovrebbero insegnare, come è già accaduto mille volte, che dopo la decadenza il vero caos probabilmente deve ancora avvenire prima che un nuovo ordine, non per questo migliore, venga stabilito. Perché dovremmo pensare di poterne uscire senza traumi, di essere diversi dagli uomini di epoche passate, a volte appena passate, persino recenti e già dimenticate?

Ognuno crede che si ricorderà e invece se c'è una cosa che ho imparato, è che si dimentica. Ricordi personali e pezzi di storia.

Col tempo, sensazioni ben precise, nette, che sembrano vive, persino ovvie, sfumano. Non solo: cambiano i loro contorni e spesso la sostanza, come esseri mutanti. La realtà e il ricordo di quella realtà divengono sempre più due cose diverse, prima che l'oblio cancelli tutto.

Così, spesso cerco di fissarmi nella mente, di ricordarmi come ero, cosa pensavo o facevo quando avvenimenti anche traumatici hanno con prepotenza cambiato qualcosa nella storia del nostro mondo e quindi anche nella vita privata di ciascuno di noi. Nel timore di perdere pezzi di vita. Consapevole che comunque rimarrà una realtà modificata dalla memoria e che dopo quel conta di più è il modo in cui si è costruito quel ricordo.

Sono passati due mesi dal terremoto in Abruzzo. Forse ricorderò a lungo quel 6 aprile 2009, quando la terra scelse il lunedì della settimana di Passione per tremare e seminare tanta distruzione e tanta morte. In Abruzzo anziché per esempio qui vicino a me, nel Mugello dove trema da mesi con centinaia di scosse registrate. Prendendo su di sé, sulle sue forze misteriose e incontenibili, le colpe di un disastro che non è mai solo della natura ma responsabilità degli uomini.

Anche questo è un avvenimento traumatico che segna la vita.
Vite e Storia crepate e annientate in pochi attimi. Migliaia di persone che hanno perso tutto, sopravvivono nel limbo delle tendopoli con la paura dentro le ossa, ancora in attesa di conoscere il proprio destino, anche loro in apnea, in un tempo vuoto che attende un futuro invisibile e troppo lontano. Di loro già stiamo cominciando a dimenticarci. Le notizie irrompono e presto spariscono schiacciate da altre notizie più rumorose, compaiono e poi scompaiono quando non servono più...

E poi tutto quello che sta accadendo intorno. Altre vite e altre storie spezzate, respinte e affondate nel mare nostrum dell'indifferenza, della mancanza di pietà, della violenza istituzionale, della paura fomentata ad arte, del ribrezzo per i derelitti (perché la miseria è sporca, repellente e ostile), e persino del ricordo di essere stati gli italiani per più di mezzo secolo una massa di trenta milioni di emigranti affamati, pezzenti e analfabeti, sradicati e ficcati nelle stive delle navi, via da una terra amara, stranieri sconfitti catapultati in terre lontane in cerca di riscatto.

E per me questo trauma segna la vita forse anche più per un altro motivo. Apparentemente non personale ma sempre pubblico, collettivo.
Perché per contrasto vi è l'altro spettacolo tristissimo, quello della politica e della vita pubblica, che con quello del disastro si è mescolato, confuso, emulsionato, consumato nel frullatore televisivo e mediatico. Inquinando il dolore col disgusto. Spettacolo mortifero, putrido che soffoca e invade la vita.
Un connubio di desolazione che io ho vissuto e subisco come una violenza, con disagio, umiliazione e sempre maggiore imbarazzo. Un disagio personale. Come se fosse una di quelle penose questioni familiari nelle quali ci si ritrova invischiati nostro malgrado e a cui non si può sfuggire perché ne siamo coinvolti, siamo parte in causa e ormai persino complici. Non è una scelta questo coinvolgimento.

Mi domando come ricorderemo questi mesi. Non so che effetto farà fra qualche anno ripensare a questo periodo.
Se lo ricorderò come un periodo personalmente sereno malgrado tutto, o come un periodo tra i più bui, non so se dopo aver assistito con gli occhi bassi per la vergogna a uno spettacolo di volgarità e arroganza ogni giorno più immondo, il peggio deve ancora venire, se dopo aver toccato il fondo non si potrà che risalire... Ogni giorno sembra di averlo toccato ma, come diceva Freak Anthony, dopo averlo toccato quel fondo, si può ancora scavare, scavare e scavare ancora più giù... Non lo so.

Però penso a me stessa, alla mia vita, a quando mi facevo questa stessa domanda in quegli anni di piombo e di morte dal 1975 al 1985 che hanno coinciso perfettamente con la mia triste giovinezza. Dieci anni che io ho cancellato, spazzato via, come una crudele parentesi di oscurità che ho attraversato rimanendo accucciata in un angolo ad occhi chiusi, subìta in silenzio, schiacciata e respinta con violenza ai margini della vita collettiva, in una grande anonima solitudine esistenziale. Anni che nessuno potrà mai restituirmi. Sopravvissuta a traumi invisibili col senso di colpa di sentirmi esclusa da un mondo che non capivo e che non riuscivo a condividere. Pezzi di vita dimenticati come se non contassero nulla, da cui sono uscita come da un coma, ricominciando a vivere solo dopo, dopo un punto a capo netto e senza ricordo.

2 commenti:

giardigno65 ha detto...

Bellissime foto, bellissime parole ...

flamen ha detto...

Grazie! Il tuo è il primo commento sul mio nuovo blog. Benvenuto, felice di conoscerti :-)