skip to main |
skip to sidebar
Questo tiglio si trova davanti alla finestra del mio studio.
Vivo, forse ancora per pochi mesi, in una antica casa colonica del '600, in una zona sulle colline tra Firenze e Pontassieve nella Diocesi di Fiesole, ancora miracolosamente scampata all'assalto di finanziarie e vip e alle pesanti ristrutturazioni che negli ultimi 20 anni hanno silenziosamente cambiato la campagna intorno a Firenze, specie il costosissimo Chianti-shire, in una sorta di piccola Svizzera con casali trasformati in lussuosi fortini rileccati e truccati come scenografie televisive, recintate e blindate da cancellate elettrificate con tv a circuito chiuso.
La mia casa è - per usare un termine siciliano che bene rende l'idea - un po' "sgarrupata". Soprattutto all'esterno, le vecchie facciate intonacate a calce che ancora conservano le rimanenze di semplici decori pitturati color ocra e rosso fiorentino intorno alle finestre e ai quattro angoli e color azzurro sugli spioventi del tetto che aggettano, decori ormai sbiaditi da decenni di trascuratezza.
Facciate che si possono scrutare come affascinanti carte geografiche con increspature che sembrano catene montuose, vallate di fiumi segnate dalle crepe e buchi che mostrano al vivo i sassi dei muri di cui sono fatti, generosamente offerti a uccellini, calabroni e lucertole che li hanno eletti a loro nidi e ricoveri più o meno stabili.
Tutto intorno campi e oliveti che scendono dolcemente verso la vallata del torrente fino al nastro d'argento dell'Arno. Dietro casa, fitti boschi di ontani, quercioli, noci e lecci, appena punteggiati dalle aperture di piagge una volta coltivate a grano, ormai invase dai pruni e ciliegi selvatici, che poi appena più in su mutano aspetto facendo spazio a magnifici castagni.
Tra le case e le ville delle fattorie e gli appezzamenti dei terreni passano ancora gli antichissimi sentieri selciati segnati da grandi querce secolari e da muretti a secco costruiti con grandi massi, a memoria delle vie che da secoli e secoli percorrono queste colline collegando paesi, pievi e l'antico Santuario delle Madonna del Sasso duecento metri più in alto sulla collina quasi preappenninica.
Questo tiglio che si trova sotto la scarpata del mio giardino è diventato un albero imponente, alto almeno una ventina metri; è davvero bellissimo dal momento che non è mai stato intaccato da interventi di alcun genere, se non quelli del vento che ogni tanto fa cadere qualche ramo secco, né tanto meno potato da fameliche motoseghe come quelle che in città hanno orrendamente amputano gli alberi da rami grossi come tronchi, riducendo i viali a una sequenza di tristissimi filari di piante mutilate, malate e sfigurate.

Insomma il tiglio ha una chioma grande, accogliente e armoniosa, abitata da una miriade di animali che cambiano con le stagioni: ogni genere d'uccelli, dai pettirossi ai fringuelli, dal barbagianni alle tortore, dai merli alle cinciallegre, dagli usignoli della notte alle upupe. E poi scoiattoli che dai vicini noci d'estate ci vengono a saltare, ondeggiandosi da un ramo all'altro e poi ancora grilli e cicale nelle ore più calde... All'inizio dell'estate, quando scoppia la fioritura che ad ogni folata di vento inonda l'aria col suo profumo inebriante, una miriade di api invade il tiglio con un immenso ronzio polifonico di migliaia di operosi insetti, ognuno preoccupato a infilarsi nel cuore dei piccoli profumatissimi fiorellini bianchi per surgere il prezioso nettare che servirà a produrre il miele nelle arnie dei coltivatori che abitano qui vicino a noi.
Poi succede alla fine di giugno una magia. Una bella sera all'improvviso, nel buio della notte si accendono centinaia di lucciole e tutta la cupola sotto la chioma dell'albero si illumina come un planetario punteggiato dalle stelle, come un albero di natale con i festoni di lucine intermittenti. Uno spettacolo da lasciare senza fiato, creato da queste eteree fatine che insieme ai folletti del bosco ci avvolgono con la loro magia.
Del resto qui gli spiriti e le forze della natura che popolano questi luoghi sono una presenza vitale che si avverte fortissima...
Qui ho capito cosa intendevano gli antichi quando parlavano di Genius Loci, e del resto la cultura popolare ha sempre coltivato e trasmesso il racconto di queste presenze, distinguendo gli spiriti buoni da quelli cattivi.
Io sento di appartenere a questo luogo e il mio amore in particolare per le piante e per gli alberi che ho sempre avuto fin da bambina, mi legano a questo bellissimo albero di tiglio che io vedo tutti i giorni alzando lo sguardo dal mio monitor e quando esco di casa, specie ora che con la sua fresca ombra ci protegge e ci permette di godere il giardino in tutto il suo splendore.
Qualche giorno fa mi è capitato di leggere le parole che la Nuova Compagnia di Canto Popolare aveva scritto per presentare l'album intitolato "La voce del grano", parole che mi hanno colpita:
...la "voce del grano" vuole essere una metafora che racconta il bisogno irrinunciabile dell'uomo di riadoperare la poesia e la fantasia come evocatrici di immagini e dare così, come una volta faceva il mito, di nuovo un senso alle cose...
Così quando ho deciso di aprire questo mio blog, in seguito al mio vagare sul social network facebook alla ricerca di uno spazio tutto mio che mi potesse meglio rappresentare, ho ripensato a questa frase che rispecchia esattamente il mio pensiero e che sottoscrivo. E così ho deciso che questo doveva essere il suo nome:
LA VOCE DEL TIGLIO
Benvenuti nel mio blog! :-)