martedì 5 giugno 2012

NON AMMESSO

Il mio pensiero va a tutti i ragazzi bocciati, a tutti quelli che a 13-15 anni si sentono già degli sconfitti.
A quei ragazzi lasciati soli, abbandonati a se stessi dalle famiglie impegnate in altro, a quei ragazzi rassegnati a cui nemmeno brucia più la sconfitta, a cui non abbiamo saputo né avuto modo di dare quasi niente, non la speranza, né un po' di fiducia in se stessi e nemmeno regole e valori o almeno passioni.
Un abbraccio a quei ragazzi rifiutati di fatto e non educati da una Scuola indifferente, chiusa in  se stessa, preoccupata a difendere piccoli interessi di burocrazia e rassegnata ancor più di loro.
E che oggi inesorabile presenta loro il conto della propria impotenza e della propria silenziosa colpa, della propria ignobile ipocrita e meschina corsa a erigere scuole di serie A e scuole di serie B, per nascondere la pochezza e l'aridità, classi e sezioni buone da mettere in vetrina e mostrare agli open day, e sezioni "difficili" da declassare e tenere separate, come la polvere e lo sporco nascosti sotto i tappeti.

Siete la feccia, cari ragazzi con gli occhi di bambino, i peli sulla gote e il pomo d'adamo. I rifiuti, i deboli che la legge della giungla e dei vincenti vuol far soccombere prima che possiate alzare la testa. Mentre gli altri hanno già quasi ceduto i diritti dei loro cervelli al mercato dei consumi e delle illusioni senza speranza.

"Voi siete l'Italia peggiore" diceva un ministro nano, meschino e rancoroso.
Io non mi do pace, pensando a un'Italia ancora peggiore, sappiatelo, peggiore persino di voi.

venerdì 24 luglio 2009

C'ERAVAMO TANTO AMATI...

Questo post fa seguito a quello intitolato CREPA.
Mi è sgorgato come una specie di blues, una ballata triste e rabbiosa dove riecheggiano slogan ed espressioni comuni, titoli di film, frasi e canzoni ripescati dal gran calderone di parole e immagini che hanno a loro volta segnato la nostra e la mia storia.
Una sorta di catena di parole snocciolate come fotogrammi, raccolti giorno dopo giorno e ricomposti per fissare nella mente il quadro dei sentimenti e delle sensazioni che ho provato in questi mesi.





Ho visto nella Settimana Santa un Cavaliere milanese scendere in un campo profughi del sud coperto di giovani bare.

Ai suoi piedi una città fantasma, azzerata in trenta secondi di faglia sismica, ammutolito spezzatino di carne, calcinacci, paura e polvere bianca.

Come un virus lui si infila tra i corpi scossi, le ferite aperte e cavalcando l'onda, telluricamente si propaga nella terra desolata.

Tra le tendopoli dei sopravvissuti coglie al balzo l'occasione che fa l'uomo ragno, volante e biadesivo. Agguanta, attanaglia e non molla. Col suo caldo abbraccio e la mascella tesa.

E' un demiurgo televisivo lui, giacca, cravatta e la bandana da pirata, che colonizza inconsci, forgia destini, manovra masse e sondaggi, leggi e immunità, movimenta macerie e bilanci, ruspe e ronde, fasci e leghe.

Termovalorizza rifiuti, ecoballe e cose nostre. Euroballerine, baracche e burattini, bulli e pupe, montagne di profitti e una voragine di debiti di Stato. E chiama pubblico, i suoi elettori.

Promette e non mantiene, richiama e poi respinge. Come i barconi clandestini dei sogni infranti, dei migranti negati e annegati. Come le onde sulla battigia, giorno per giorno batte e ribatte, consuma e intanto porta via.

Col suo sorriso happydent chirurgicamente plastico, ben stampato e affisso sulle labbra da caimano. Con le sue mani da prestigiatore abilmente sfila, rigira e
con destrezza vince al vecchio gioco delle tre carte.

Questo è il prossimo film in locandina e si chiamerà "
Magic Italy: Miracolo in Abruzzo". Giusto l'ha mostrato in anteprima ai Grandi del pianeta, trasportati sull'ali dorate di elicotteri da caccia per uno spot tra suggestivi paesaggi con rovine.

Costruirà new towns intorno a noi, con media set di sfondi azzurri, con endovena di cemento al plasma. Per venderle ai new peones munti e bi-mutui. Ben allenati a rincorrere i consumi.

Così dice il Predator finanziario con la sua corte e le banche Intese per guidarci fuori dai marosi della crisi. Così dice, parla e sparla. Parole al vento, mentre il vento soffia e infine le cancella.

Tutti lo ammirano come l'astro divino, lui velino del veleno, virile e virale. Uno Nano e Trino. E un riportino dipinto sullo scalpo da italiano in gita.

L'Imperatore, lo chiamano, del gran reality nel Paese delle soubrette, della Roma corona e bagaglina, bella e tana da morire.

Il gran patron di escort e padri pii, che vuol farci sognare ponti, viadotti e piani casa sopraelevati in periferia. Lungo i viali del tramonto di uno stivale di vernice.

Vuole creare L'Aquila Nuova, tutta da spremere e da bere. Le mani sulla città. Le sue. Con gli artigli da sparviero e la carezza da maliarda.

Piagne, ride, mente e gaffa, mai a caso, ma secondo programma a tavolino. L'aperitivo digestivo di bontà elementare e di ciarpame senza pudore per il popolo ruffiano e i suoi sudditi giullari.

Per poi mangiarsela in un boccone quando arriverà il banchetto, quello vero: L'Aquila e l'Italia intera. Felice e saccheggiata.

Gran popolo generoso siamo, di piacioni volontari coi telefonini. Il cuore in una mano (mentre l'una lava l'altra dai peccati) e un dolciastro fegato sbranato, come quello del Prometeo incatenato.

Che tanto, ci diciamo da furbetti, ogni notte ricresce e si rigonfia. Ma intanto l'Avvoltoio ogni giorno lo divora e la zecca succhia il sangue e ingrassa.

E mai ci ribelliamo alla tirannia plebiscitaria del ficus-deus-ex-machina, che dall'Olimpico saetta, censura e ci consente, non importa cosa. Anzi, come sorridenti topi ghedini ansiosamente lo seguiamo e ne partecipiamo.

Nella tiepida avvolgente melma che insieme abitiamo, da tempo ormai, da pari a pari. Come Maddalene e Veroniche, amanti corteggiati, traditi e coi nostri sogni di carta straccia, ricambiati.

Così lavoriamo con Fede tutti quanti alacremente al nostro festino in salsa propaganda, al nostro radioso destino verso il futuro del nulla, nel buco nero radioattivo di una atomica centrale supernova.

E poi tutti andremo al mare quest'estate, allo share dello sceicco, smeraldo e bilionario, a consumar le nozze viagre e le brioches coi fichi secchi dei mulini bianchi ai tremonti telecomandati.

Miracolo all'Aquila, tra i cessi chimici e le caserme in fiore. Sopra tutto, ma con l'amaro in bocca. "Ci basta un po' di terra per vivere e morir". Mentre la terra trema, la terra trema. Brutta, sporca e cattiva...

E voi trecento angeli morti e impolverati, ADDIO! Adieu, adieu, addio al mondo...

Ci rivediamo il giorno del palinsesto universale, prima del TG finale coi nostri papi tanto amati.


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La canzone dei poveri (di Cesare Zavattini) in "Miracolo a Milano" di Vittorio de Sica 1951.

Vecchio Frack, Domenico Modugno 1958

venerdì 19 giugno 2009

DOVE IL TEMPO NON ESISTE

Una volta, sulla motonave che da Milazzo ci portava a Vulcano notai una signora sulla sessantina, molto bella.
Gli occhi le brillavano e stringeva a se una bambina di 9-10 anni, forse la nipotina. Finalmente vedemmo le isole, prima Lipari e Salina, poi Vulcano e mentre lei le indicava con la mano tesa verso prua, la sentii dire alla nipote:
”Sai, le Eolie sono un posto speciale. Perché questo è un luogo dove il tempo non esiste” .


Le Eolie: un luogo dove il tempo non esiste...

Le Eolie sono un luogo pieno di magia, unico al mondo, che rimane nel cuore e nella mente una volta conosciuto, dove si sente una natura che prevale su tutto, dove tutti e quattro gli elementi, terra, aria, acqua e fuoco vivono e palpitano.
Qui si vive una dimensione del tempo incantata, ammaliante ma sempre in tensione. Qui non conta il tempo del mondo ”reale”. Conta la posizione del sole, conta da che parte tira il vento, per sapere se arriverà la mareggiata col maestrale oppure lo scirocco, conta osservare come girano i fumi e i marasmi che escono dai crateri, contano le correnti del mare per governare le barche, per andare a pescare o trovare l'acqua più limpida e fresca, conta il ciclo della luna per le meree e per vedere la via lattea tempestare il cielo di notte. Contano le ere geologiche e i capricci della crosta terrestre che erutta lapilli e che improvvisa può esplodere e rimescolare la terra col mare.
Qui si parte quando la nave può passare. Se c'è tempesta e il mare è grosso la nave non parte. Qui se ti fai male, speri in Dio che un elicottero possa atterrare e portarti via in tempo.
Qui amore e paura sono le due facce della stessa medaglia.
Attrazione e voglia di fuggire, i sentimenti che abitano i cuori di chi vi è nato.

Amo molto le Eolie.
E questo lo devo a mio marito e alla sua famiglia, a cui porterò sempre gratitudine, anche per questo.

Io ho conosciuto questa isola e questa casa per la prima volta nel 1992 e ne rimasi conquistata completamente, anche se la casa non era più in buone condizioni ormai.
Era l'inizio di primavera e non c'era nessuno, se non i pochi isolani residenti, una natura selvaggia, il vento che frusciava a ondate tra i cespugli spinosi, le pietre taglienti e i canneti cresciuti sulla terra sabbiosa e sfuggente. E i falchi che si posavano sui megaliti di lava porosa a scandire la lunga strada panoramica che porta al giù al faro del Gelso, sul versante opposto al porto di Vulcano, quello che si affaccia immenso, aperto e ventoso verso la costa sicula, verso Punta Milazzo e le pendici dell'Etna in lontananza.


Il versante di Vulcano verso sud, in lontananza la costa della Sicilia, al centro ben visibile la sagoma dell'Etna, in basso la strada che porta al faro del Gelso



Ci arrivammo Albe ed io per la mia prima volta con la nave traghetto da Milazzo, dopo un bel viaggio in macchina lungo la penisola. Stavamo insieme da neanche sei mesi.
Il cielo carico di nuvole grigie e bianche che venivano presto spazzate dal maestrale in disegni continuamente mutevoli, illuminava e regalava bagliori di sole al mare di un blu profondo senza mezzi toni. Ricorderò per sempre quella luce e quel mare punteggiato di spume bianche.
Ricordo seduta sul pontile più alto di poppa una signora tedesca settantenne che ci raccontò di abitare a Stromboli da più di trent'anni, anche lei arrivata e rimasta lì per amore. Per amore e fatale attrazione di queste isole. E compresi subito emozionatissima in che modo viscerale si può amare un luogo come quello.

Le Eolie sono molto amate dalle donne. E dalle donne eoliane sono state con amore, fatica, dolore e ostinazione coltivate mantenute e difese, mentre i loro uomini, pastori-contadini e pescatori costretti dalla miseria a emigrare verso continenti lontani, l'America, l'Australia, il Canada, avevano lasciato a loro la custodia di questa terra dura, difficile; le sole spesso rimaste lì a preservarla dalla desolazione e l'abbandono. Custodendo e perpetuando con orgoglio la tradizione della loro profumata e povera cucina, diversa per ogni isola. Costruendo chilometri di muretti a secco per coltivare i capperi, conquistando metro su metro la terra sassosa ai dirupi spazzati dal vento. Combattendo contro le mareggiate che quasi ogni anno portano via pezzi interi di costa.

La famiglia di Alberto viene a Vulcano da cinquant'anni.
Qui venivano suo padre e suo zio da ragazzi: due ventenni fiorentini alti magri e blasé, alla ventura con i loro amici di sempre, in queste isole libere e selvatiche, lontane dalle atmosfere ingessate e perbeniste di fine anni '50. Qui venivano per vivere senza regole imposte, in libertà, per la bellezza forte e selvaggia di queste isole di fuoco di vento e di mare. La stessa che aveva affascinato e conquistato appena pochi anni prima Rossellini e la Bergman, protagonista del film ”Stromboli” e di una delle più famose passioni amorose della storia del cinema, così come un'altra grande diva, Anna Magnani che qui, di contro, vi aveva girato il suo film ”Vulcano” e consumato tutta la sua gelosia per il regista... Le Eolie del resto sono state teatro di grandi storie d'amore. Grandi e travolgenti, perché questi non sono luoghi per le mezze misure.

La nonna di Alberto, di nobile famiglia palermitana, ormai decaduta, aveva ancora all'epoca qualche scampolo di giardino e coltivazioni di gelsomino a Milazzo, dall'altra parte del canale di mare che divide l'arcipelago dalla costa siciliana, pochi terreni sopravvissuti alla rovina di antichi splendori che lei aveva appena fatto in tempo a conoscere da bambina. D'estate da Firenze la nonna portava i figli in Sicilia e così avevano cominciato a frequentare anche queste isole.
I ragazzi avevano formato un gruppetto con altri personaggi, isolani e intellettuali, turiste e viaggiatori, pochissimi per la verità, che frequentavano l'isola per gli stessi motivi. I loro incontri di giovani scanzonati erano un fisico della materia e filosofo della scienza, Pier Paolo Pasolini che in questa isola fuori dal mondo si rifugiava spesso, qualche avventurosa ragazza del nord Europa e Mimmo, un amico eoliano che suonava la chitarra e cantava col fratello canzoni folk e che poi mise su un negozio-bazar di nautica, ferramenta e casalinghi che ancora c'è... Con loro condividevano una vita assolutamente spartana al limite del disagio, i bagni, le partite a carte, discussioni sui massimi sistemi e poi canzoni e altre amenità. Con quel piacere dello stare insieme e quella autoironica leggerezza di vivere che ha sempre caratterizzato la famiglia di mio marito, anche nei momenti più drammatici.

Il loro alloggio in questi primi anni di frequentazione eoliana era una vecchia e ”sgarrupata” casa di pescatori, una costruzione di sassi lavici scuri levigati dal mare che si trovava nella lingua di terra appena dietro al porto di ponente che guarda verso le magnifiche pareti rocciose infiammate rosso-arancio di Lentìa, la parte più antica dell'isola. Incredibilmente ancora oggi sopravvive, a memoria di quel tempo passato, il rudere diroccato di quella semplice dimora, sepolto ormai da un groviglio di pruni e alberi di fichi. Un pezzetto di terra abbandonata scampata all'espansione urbana che in questi ultimi vent'anni ha via via conquistato appezzamenti di orti, recinti di pecore, rimesse e terreni incolti. Perché in realtà gli eoliani, a dispetto del mare, sono sempre stati più contadini e pastori che pescatori.
Fino a tutti agli anni settanta a Vulcano non c'era nemmeno la corrente elettrica ma solo lumi a petrolio e avere un frigorifero a gas era un lusso, anzi un evento. Alberto ricorda benissimo quando da ragazzino per sbarcare sull'isola non c'era nemmeno il molo grande e al porto si arrivava con una barchetta scendendo dalla nave a largo, con tutti i bagagli calati a mano.

Il nonno paterno di Alberto, ingegnere e docente di fisica tecnica, qui ci era venuto anche per motivi di lavoro. Tra i primi personaggi noti a venire qui in vacanza, Mike Bongiorno si fece costruire negli anni sessanta una bellissima casa a Vulcanello e lui ebbe l'incaricato di progettare gli impianti idraulici della villa.
La casa del nonno Federico non è vicino al porto, la zona dell'isola che ha conosciuto la maggiore espansione turistica dove si trovano quasi tutte le attività commerciali.
Fu costruita diversi chilometri più su, al Piano, l'antica caldera di Vulcano, nella zona alta più fresca e verde dell'isola dove all'epoca abitavano quasi esclusivamente gli isolani, su un versante con una bellissima vista sul cratere, il mare e le isole, lungo quella che allora si chiamava via Reale.
Su un piccolo fazzoletto di terra il nonno la fece costruire secondo lo stile eoliano: un cubo di calce bianca circondato dal loggiato, o bagghiu coperto e chiuso da grandi arcate a sesto ribassato, scandito da grossi pilastri cilindrici, che qui chiamano pulera, e ingentilite sul perimetro, tra una colonna e l'altra, dai sedili in muratura , i busuoli, rivestiti in maiolica colorata. Al piano superiore il portico si ripeteva con un pergolato a travi di legno a cui accedevano le stanze ed era protetto da un graticcio di canne che regolarmente le intemperie distruggevano e che ogni anno andava pazientemente ricostruito e rimontato, con sprezzo del pericolo e vertiginose manovre sull'orlo dei muretti tra le pulere. Al posto del tetto una copertura piana a terrazzo, una spianata per consentire la raccolta dell'acqua piovana, il bene più prezioso in un'isola, ancora adesso che l'acqua arriva con le navi cisterne.

Quando Alberto mi portò a Vulcano per la prima volta, la casa eoliana dei nonni era ormai in disuso da qualche anno.
Quella casa aveva visto accogliere per decenni un'intera famiglia con figli, fratelli, cugini, amici e bambini in villeggiatura. Tante estati piene di racconti e di favole, di risate e di cene improvvisate con 30 persone, spartani bivacchi su materassi in terra e tanta allegria. Tutte cose per loro normali quanto eccezionali per me che ascoltavo e mi nutrivo di questi racconti, come una manna del cielo senza mai esserne sazia, tanto ne avevo fame, io che venivo invece da una famiglia cresciuta e arroccata nell'odio e in faide fraterne da generazioni.
Il vero motore di tutto era stata la nonna Maria Francesca, che tutti chiamavano affettuosamente nonna Bubi, una donna straordinaria di grande carisma, apertura mentale e piena d'ironia, con degli occhi azzurri chiarissimi e vivacissimi e uno sguardo intelligente e penetrante. Una donna che io ho avuto la fortuna di conoscere e che mi ha amato e accolto come fossi sangue del suo sangue. Una donna anziana che ha teneramente condiviso con me ricordi e consigli di madre, come la cosa più naturale del mondo, lei che ricordava tutto delle sue gravidanze e dei suoi figli piccoli, come se non fossero passati i 60 anni che la separavano da quelle esperienze... Lei, l'unica donna che mi è stata vicina e mi ha capita quando sono diventata madre io. Lei che è sopravvissuta allo strazio della perdita del suo figlio maggiore, Fulco, il papà di Alberto che non ha mai conosciuto i suoi nipoti. Di lui la nonna si ricordava tutto, persino delle sue prime pappe e ancor prima, di come prendeva il latte dal suo grande e generoso seno...

Quando la nonna Bubi cominciò ad essere troppo vecchia per governare tutta la baraonda, le cose cambiarono e quello non fu più il centro di gravità familiare che era stato un tempo.
Le diverse esigenze dei nuovi nuclei che si erano formati frammentando inevitabilmente il clan familiare, ne avevano segnato il destino, e già allora la casa cominciava ad essere in cattive condizioni.
Per anni nessuno c'era più andato, rimanendo di fatto così come era stata lasciata senza interventi di manutenzione: il vento e le intemperie avevano agito velocemente...
Poi quando morì la nonna si pose il problema di cosa farne e l'ipotesi più razionale sembrò quella di venderla.
Ma per fortuna non sempre la soluzione più logica è quella preferibile e il motivo economico non è quello che prevale. Benché certamente più onerosa e più incerta, l'alternativa era quella di salvarla prima di vederla davvero cadere a pezzi. L'attaccamento a questa casa, a queste radici ha prevalso. E tutti, in un comune intento, si sono trovati d'accordo nel dire che, a costo di grossi sacrifici, quella casa, così lontana da tutti, così complicata da seguire, ma così importante per la famiglia, meritava di non essere abbandonata. Finalmente dunque il restauro. Lungo, faticoso, tormentato ma comunque fortemente voluto e perseguito pur di scongiurarne la vendita che, per la famiglia disseminata sull'italico suolo, avrebbe comportato la perdita di questo suo punto di riferimento e di coesione.

Ci siamo tornati dopo più di undici anni, nel 2003, in vacanza con i bambini. Anche noi cambiati, adesso nuova famiglia, non più ragazzi, ma adulti. Con il traghetto che da Napoli porta direttamente alle Eolie.
Un viaggio che comincia la sera al tramonto sul golfo di una bellezza da perdere il fiato. Si allontana dal porto la nave, guardando tutta la città e Capodimonte, come uno zoom all'inverso fino al Vesuvio, con i raggi dorati del sole che sfiorano Ischia e Capri e poi silenziosamente di notte segue la collana di perle luminose lungo tutta la costa della penisola. Un viaggio di 14 ore, lunghissimo eppure necessario per allontanarsi dalla vita nella quale siamo incapsulati, una zona di decompressione per lasciarsi alle spalle la frenesia e le abitudini quotidiane, dove i pensieri via via lasciano il posto al colore del mare nell'oscurità della notte, portati via dalla scia di schiuma bianca dietro la nave, lasciano il posto all'umidità un po' appiccicosa e al vento che sferza ininterrottamente la testa e i capelli, a quell'indimenticabile odore di ferro, sale e nafta della nave, al rollio dei motori che concilia il sonno come una ninna nanna che ti fa dormire sdraiata su una stuoia per terra sul ponte, felice come una ragazzina innamorata.
Per arrivare all'alba davanti a Stromboli e allo spettacolo del suo fuoco. Poi Panarea, la meravigliosa isola dei fiori e di candide case costruite l'una sull'altra, da lì un altro braccio di mare e poi Salina, l'isola dei due monti, antichi coni spenti, coperti di vigne e di fitti boschi di felci, che si ergono come due turgidi seni dal mare. In lontananza la sagoma triangolare di Filicudi e quella di Alicudi, ancora più lontana. Poi Lipari, la più grande, con i suoi paesi, le scogliere, le bianchissime spiagge di pomice e il suo porto antico con la bellissima rocca. E infine Vulcano e le sue spiagge nere, i faraglioni e i colori dello zolfo sulle rocce e i crinali brulli e colorati del cono, circondato dai monti boscosi.
Finalmente si apre la bocca a poppa della nave e dal buio della stiva piena di auto si spalanca il sipario con lo spettacolo della luce di una bella mattinata brulicante di merci, motorette Ape e gente in pantaloncini corti e occhiali da sole. Siamo arrivati, finalmente... ci meritiamo una granita di fragola sotto il portico di ficus del bar Remigio al porto.

Un luogo tanto desiderato. Una nostalgia e un'emozione fortissima. Un luogo diverso e nuovo da come l'avevo conosciuto, ma sempre lo stesso...
Tornati per qualcosa di più di una vacanza, per compiere un rito, per riportare lì i nuovi arrivati della famiglia e far loro conoscere una parte della loro storia. Per cominciare con loro, ancora qui, un altro nuovo pezzo di storia. Per donare ai figli un luogo del loro mito infantile.
I bambini capiscono subito queste cose. E amano quello che amiamo anche noi.

Isola di Vulcano, Estate 2003