venerdì 24 luglio 2009

C'ERAVAMO TANTO AMATI...

Questo post fa seguito a quello intitolato CREPA.
Mi è sgorgato come una specie di blues, una ballata triste e rabbiosa dove riecheggiano slogan ed espressioni comuni, titoli di film, frasi e canzoni ripescati dal gran calderone di parole e immagini che hanno a loro volta segnato la nostra e la mia storia.
Una sorta di catena di parole snocciolate come fotogrammi, raccolti giorno dopo giorno e ricomposti per fissare nella mente il quadro dei sentimenti e delle sensazioni che ho provato in questi mesi.





Ho visto nella Settimana Santa un Cavaliere milanese scendere in un campo profughi del sud coperto di giovani bare.

Ai suoi piedi una città fantasma, azzerata in trenta secondi di faglia sismica, ammutolito spezzatino di carne, calcinacci, paura e polvere bianca.

Come un virus lui si infila tra i corpi scossi, le ferite aperte e cavalcando l'onda, telluricamente si propaga nella terra desolata.

Tra le tendopoli dei sopravvissuti coglie al balzo l'occasione che fa l'uomo ragno, volante e biadesivo. Agguanta, attanaglia e non molla. Col suo caldo abbraccio e la mascella tesa.

E' un demiurgo televisivo lui, giacca, cravatta e la bandana da pirata, che colonizza inconsci, forgia destini, manovra masse e sondaggi, leggi e immunità, movimenta macerie e bilanci, ruspe e ronde, fasci e leghe.

Termovalorizza rifiuti, ecoballe e cose nostre. Euroballerine, baracche e burattini, bulli e pupe, montagne di profitti e una voragine di debiti di Stato. E chiama pubblico, i suoi elettori.

Promette e non mantiene, richiama e poi respinge. Come i barconi clandestini dei sogni infranti, dei migranti negati e annegati. Come le onde sulla battigia, giorno per giorno batte e ribatte, consuma e intanto porta via.

Col suo sorriso happydent chirurgicamente plastico, ben stampato e affisso sulle labbra da caimano. Con le sue mani da prestigiatore abilmente sfila, rigira e
con destrezza vince al vecchio gioco delle tre carte.

Questo è il prossimo film in locandina e si chiamerà "
Magic Italy: Miracolo in Abruzzo". Giusto l'ha mostrato in anteprima ai Grandi del pianeta, trasportati sull'ali dorate di elicotteri da caccia per uno spot tra suggestivi paesaggi con rovine.

Costruirà new towns intorno a noi, con media set di sfondi azzurri, con endovena di cemento al plasma. Per venderle ai new peones munti e bi-mutui. Ben allenati a rincorrere i consumi.

Così dice il Predator finanziario con la sua corte e le banche Intese per guidarci fuori dai marosi della crisi. Così dice, parla e sparla. Parole al vento, mentre il vento soffia e infine le cancella.

Tutti lo ammirano come l'astro divino, lui velino del veleno, virile e virale. Uno Nano e Trino. E un riportino dipinto sullo scalpo da italiano in gita.

L'Imperatore, lo chiamano, del gran reality nel Paese delle soubrette, della Roma corona e bagaglina, bella e tana da morire.

Il gran patron di escort e padri pii, che vuol farci sognare ponti, viadotti e piani casa sopraelevati in periferia. Lungo i viali del tramonto di uno stivale di vernice.

Vuole creare L'Aquila Nuova, tutta da spremere e da bere. Le mani sulla città. Le sue. Con gli artigli da sparviero e la carezza da maliarda.

Piagne, ride, mente e gaffa, mai a caso, ma secondo programma a tavolino. L'aperitivo digestivo di bontà elementare e di ciarpame senza pudore per il popolo ruffiano e i suoi sudditi giullari.

Per poi mangiarsela in un boccone quando arriverà il banchetto, quello vero: L'Aquila e l'Italia intera. Felice e saccheggiata.

Gran popolo generoso siamo, di piacioni volontari coi telefonini. Il cuore in una mano (mentre l'una lava l'altra dai peccati) e un dolciastro fegato sbranato, come quello del Prometeo incatenato.

Che tanto, ci diciamo da furbetti, ogni notte ricresce e si rigonfia. Ma intanto l'Avvoltoio ogni giorno lo divora e la zecca succhia il sangue e ingrassa.

E mai ci ribelliamo alla tirannia plebiscitaria del ficus-deus-ex-machina, che dall'Olimpico saetta, censura e ci consente, non importa cosa. Anzi, come sorridenti topi ghedini ansiosamente lo seguiamo e ne partecipiamo.

Nella tiepida avvolgente melma che insieme abitiamo, da tempo ormai, da pari a pari. Come Maddalene e Veroniche, amanti corteggiati, traditi e coi nostri sogni di carta straccia, ricambiati.

Così lavoriamo con Fede tutti quanti alacremente al nostro festino in salsa propaganda, al nostro radioso destino verso il futuro del nulla, nel buco nero radioattivo di una atomica centrale supernova.

E poi tutti andremo al mare quest'estate, allo share dello sceicco, smeraldo e bilionario, a consumar le nozze viagre e le brioches coi fichi secchi dei mulini bianchi ai tremonti telecomandati.

Miracolo all'Aquila, tra i cessi chimici e le caserme in fiore. Sopra tutto, ma con l'amaro in bocca. "Ci basta un po' di terra per vivere e morir". Mentre la terra trema, la terra trema. Brutta, sporca e cattiva...

E voi trecento angeli morti e impolverati, ADDIO! Adieu, adieu, addio al mondo...

Ci rivediamo il giorno del palinsesto universale, prima del TG finale coi nostri papi tanto amati.


_____________

La canzone dei poveri (di Cesare Zavattini) in "Miracolo a Milano" di Vittorio de Sica 1951.

Vecchio Frack, Domenico Modugno 1958